News pubblicata su Corriere della Sera Buone Notizie il 24 agosto 2018

Qui il link diretto.

Si trova in via Alfredo Casella 22, tra il quartiere dell’Uditore e Borgo Vecchio, dalla stazione di Palermo Notarbartolo ci vogliono pochi minuti a piedi. Prima era un negozio, qualcosa del genere. Detta in termini più esatti era una tra le tante attività di copertura appartenenti a quell’Antonino Buscemi che insieme col fratello Salvatore, il boss del clan di Passo di Rigano, era stato tra gli architetti della svolta imprenditoriale di Cosa Nostra a fine anni Ottanta. Finché anche quel negozio, o quel che era, finì sequestrato dalla magistratura.E adesso finalmente ha trovato la sua giusta strada: ora si chiama Sartoria Sociale, è diventata una piccola impresa della cooperativa Al Revès che recupera avanzi tessili per trasformarli in capi unici, e dentro ci lavorano donne con un passato difficile accanto persone svantaggiate di vario tipo, tutte all’insegna del motto col quale la Fondazione CON IL SUD – tra i promotori del progetto – ne riassume lo scopo: «Ricucire il territorio».

A Rosalba Romano – socia della cooperativa che dalla sua nascita nel 2012 ha contribuito a «ricucire il futuro» di oltre 70 tra migranti, detenuti, donne in difficoltà – nel giorno d’inaugurazione della Sartoria era piaciuto ripetere che «avevamo iniziato in uno sgabuzzino e adesso siamo qua». «Fare il sarto è il mio sogno», aveva detto quel giorno Mamat, diciotto anni, arrivato dal Gambia. «Con noi – aveva aggiunto Rosalba – ci sono oggi idealmente le nostre dieci donne detenute a cui va il nostro pensiero, perché il carcere sia un luogo di speranza». Sin da subito aveva precisato che comunque la Sartoria sarebbe stata anche un luogo di riparazioni comuni e corsi di cucito per tutti, perché «il nostro spirito è la contaminazione: qualche volta complicata da gestire, ma necessaria». In effetti Rossella Failla, che delle persone impegnata a vario titolo nel progetto è la portavoce, spiega che si tratta di una «realtà complessa che richiede una gestione articolata e integrata: non è soltanto un laboratorio di produzione ma anche un social shop e un luogo di educazione all’autoimprenditorialità, dove i cosiddetti loosers – quelli che il mondo dei normali chiama gli sconfitti senza speranza – possono invece coltivare talenti e relazioni reali di scambio e condivisione». L’obiettivo del progetto peraltro non è di semplice inclusione bensì di imprenditorialità vera. Con un lessico che nelle descrizioni dei suoi partecipanti comprende parole come «business planning», «recycling» e «upcycling» tessile praticato secondo i principi etici di «critical fashion».


E di economia circolare, per dirla almeno un po’ anche in italiano: e da lì anche opportunità di lavoro, aggregazione di professionalità e gruppi di interesse, incoraggiamento di uno «stile di vita equo e solidale». E nello spirito della «rete» quale strumento essenziale è partita la partnership con enti, scuole, case di cura e associazioni: da AddioPizzo a Libera, dal Consorzio Arca alla Fondazione Progetto Legalità Onlus, dall’Accademia di Belle Arti di Palermo ad altre realtà ancora. Entrata nel network europeo delle imprese tessili innovative, Sartoria Sociale ha vinto il primo bando promosso da Worth per «testare con l’atelier parigino Coco et Rico, una nuova configurazione spaziale delle postazioni di lavoro». «Siamo convinti – è la conclusione di Rossella Failla – che chi fa impresa sociale sia tenuto, quasi per etica professionale, ad aprirsi con fiducia e coraggio al futuro. E a lasciarsi contaminare dalla vocazione innata dell’umanità al superamento dell’esistente».

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